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Gilles Villeneuve Articoli nella Stampa ItalianaJacques, sfida al padre per diventare grande (8 maggio 2002)Giorgio Terruzzi - Credits: Corriere della Sera Di suo padre non parla, non se ne può parlare. Un’insofferenza che vira alla stizza, che nasconde la cicatrice fresca sopra la ferita. Come se non bastasse la sua traccia, congiunta in qualche modo all’altra: stesse piste, stesso mestiere e poi il taglio degli occhi vispi, da discolo, somiglianti come solo quelli di un figlio, appunto, lui. Jacques Villeneuve non tollera un’appartenenza inevitabile, secondo una cocciutaggine feroce eppure tenera, a voler guardare. Per riuscire nella sua impresa ha dovuto vincere tutto, titolo mondiale compreso, convinto che solo a quel punto avrebbe potuto vivere di luce propria, del nome proprio, indipendentemente da cognome già celebre, memorabile, marchiato Gilles. Uno sforzo che avrebbe interessato il dottor Freud, ribadito ad ogni ricorrenza. Cosa è stato, come fu non dice, lasciando immaginare lo stupore di un bambino trasportato in un camper sulle piste dietro al suo strano, velocissimo papà. Non una parola sul dolore spalancato sopra il lutto, sulla solitudine da bimbo sperduto, in collegio, Svizzera, Francia, chissà. Poteva coltivare comprensibili fragilità: è diventato fortissimo dentro, con una grinta che può produrre soltanto la fatica, la voglia di cacciar via un destino sbilenco. Perso il padre ha trovato un sostituto, Craig Pollock. Lo scovò vicino, su piste di sola neve; è diventato la sua spalla, il suo manager, l’unica porta aperta alla debolezza, alla fragilità. Per il resto un duro. Al punto da fissare da solo una scommessa: correre, andar dietro al fantasma onnipresente di Gilles con uno stile capace di tenerlo a bada, di tenere a bada tutti. Lo aspettavano al varco per riderci sopra, secondo modalità tipica riservata ai figli piccoli di padri enormi. Aspettava solo quello pure lui. Il risultato è venuto fuori in fretta e persino Schumi ebbe modo di saggiarne la tenuta. Jerez, 1997. Poi, come dopo una prova suprema, Jacques si è distratto, si è trovato un po’ lontano dalla battaglia e lì resta come un guerriero che comunque ce l’ha fatta. Gilles era solo fuoco, istinto puro, era pubblico nei botti, nei vizi, dall’elicottero guidato senza brevetto al motoscafo trattato come una Formula 1. Jacques è chiuso come uno scrigno, è testa, determinazione protetta, salvo eccezioni rare, tra i computer, il teak della sua barca. Gilles suonava la tromba; Jacques la chitarra. Musica per entrambi ma diversi i timbri, le scansioni. Ha vinto più di suo padre. Ma a suo padre ha reso omaggio, vendetta, onore. A modo suo, s’intende. L’ha detto una volta, un giorno soltanto, in uno spiffero di intimità che aveva dentro una commozione contagiosa, un amore fortissimo e privato che lui solo frequenta, che nessun altro deve riguardare. |
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